“Il rugby non si gioca, ci si balla dentro”
Le scienze del movimento e le pedagogie sportive stanno finalmente convergendo verso un’unica, grande verità: lo sport è un sistema complesso, e come tale va allenato. È una convinzione che ho maturato in quarant’anni di campo e che costituisce l’anima del mio libro Il mio rugby ed i suoi fili invisibili.
L’illusione di poter isolare la tecnica dalla tattica è ormai superata dalle evidenze. Come ci insegna il pensiero complesso di Edgar Morin, isolare gli elementi dal loro contesto è una missione impossibile. Questo è esattamente il cuore del messaggio che cerco di trasmettere: un atleta non è un agglomerato di tecnica, preparazione atletica e tattica tenuti in compartimenti stagni, ma un ecosistema vivo, tenuto insieme, appunto, da fili invisibili. Parliamo di intelligenza emotiva, di comunicazione (applicando i principi della comunicazione non violenta di Marshall Rosenberg), di percezione dello spazio e di empatia verso il compagno.
Le teorie ecologiche dell’apprendimento (representative learning design) confermano oggi con la scienza ciò che il metodo dell’Allenare Giocando porta in campo da anni: l’apprendimento deve essere induttivo e cinestetico.
La tecnica risiede nella situazione. Impariamo a risolvere un problema motorio perché l’ambiente, ovvero il gioco, ce lo richiede in quel momento esatto, non perché lo abbiamo ripetuto mille volte in modo analitico e sterile contro uno scudo da impatto. Il ruolo di chi allena non è quello dell’istruttore che impone dall’alto una giocata rigida e pre-codificata, ma quello di un progettista, un creatore di contesti sfidanti in cui i giocatori imparano a decidere in frazioni di secondo.
C’è un pilastro fondamentale in questa visione: bisogna restituire all’errore la sua vera funzione, che è quella di tappa fisiologica dell’apprendimento e non di colpa. È una lezione profonda che porto con me da un incontro decisivo a Treviso, nel 1993, con Wayne Smith. Quel confronto cambiò radicalmente la mia prospettiva: gestire l’errore in modo costruttivo e attraverso una leadership tranquilla è l’unico modo per non spegnere il talento e l’iniziativa. Se vogliamo giocatori creativi e autonomi, capaci di inventare un offload decisivo o leggere una superiorità numerica, dobbiamo creare ambienti in cui lo sbaglio, figlio di una scelta coraggiosa e propositiva, sia tutelato dal sostegno incondizionato del gruppo.
Il talento individuale, per quanto puro e cristallino, non esiste isolato dal sistema. Nel rugby la regola è chiara: è la rete di supporto, la spinta ad avanzare insieme, a rendere letale l’intuizione del singolo. L’uno contro uno acquista senso solo se il movimento collettivo ha già creato le condizioni per renderlo efficace.
Formare i giocatori e costruire l’identità di una squadra non significa affidarsi al “si è sempre fatto così”. Significa studiare e contaminare i saperi, unendo la scienza dello sport, l’attenzione alle dinamiche relazionali e quella profonda umanità che il nostro sport, fondato sul sostegno continuo, porta intrinsecamente con sé.
Sergio Zorzi




