Pierre Villepreux:” Insegnare ad insegnare il rugby è la mia passione!” Articolo di Alessandro Vischi

Pierre Villepreux: “Insegnare ad insegnare il rugby è la mia passione!”

 Come insegnare il rugby per costruire dei giocatori completi.

 

Se Pierre Villepreux avesse bisogno di una presentazione in poche righe si potrebbe riassumere così: 34 caps con la Nazionale francese, 4 volte Barbarian, 2 volte vincitore del V Nazioni e 1 Grande Chelem da giocatore. Poi da allenatore, 2 volte vincitore del Grande Chelem, finalista della Rugby World Cup nel 1999 alla guida della Nazionale francese; 3 volte campione di Francia con lo Stade Toulousain; campione italiano con la Benetton Treviso nel 1991.Allenatore della Nazionale Italiana dal 78 all’81. Una vita dedicata alla formazione, in Francia, a Tahiti, in Italia, presso l’IRB (oggi Rugby World), e negli ultimi anni con Sergio Zorzi e la sua Associazione Akka. Praticamente ovunque si parli di sviluppare il rugby  Pierre Villepreux è presente.

Mi ero già avvicinato al mondo di Pierre Villepreux nel 2015, mentre camminavo tra i corridoi del Liceo Jolimont, sede del pole espoir di Tolosa. Lui ha contribuito a organizzarlo, subito dopo l’esperienza con la Nazionale Italiana. Ci sono passato in punta di piedi 35 anni dopo in preda ad un misto di emozione e timore reverenziale, cercando di capire come funzionasse il sistema di formazione dei giovani giocatori in Francia. Dal pole espoir sono passati Pelous, Ntamank e Michalak per citare solo tre grandi giocatori. Oggi siamo nella Club House del Cernusco sul Naviglio Rugby, non c’è posto più adatto, naturalmente dopo aver mangiato pasta e panino col cotechino in un piatto di plastica, come nella migliore tradizione del terzo tempo.

Ci mettiamo sotto una tettoia per cercare un po’ di tranquillità fa freddo, pioviggina il cielo è basso e grigio. All’inizio Pierre guarda dietro le mie spalle, penso che probabilmente avrà fatto un migliaio di interviste e una più una meno è solo routine per lui. Per me no, mi sono documentato e so di cosa voglio parlare: di formazione e pedagogia applicata all’insegnamento del rugby.

AV: Aldo Invernici ti ha chiamato in Italia nel 78 per allenare la Nazionale, ma non solo, qual era il tuo incarico?

PV: Dovevo metter in opera un metodo di insegnamento del rugby e svilupparlo nelle scuole e nelle università, dopo 4 anni i tesserati erano passati da 8000 a 20000. Abbiamo creato un’associazione di allenatori e abbiamo organizzato degli stage, mettendo in piedi un sistema di formazione con più livelli, che è ancora in funzione: un lavoro enorme. Dopo 36 anni il bilancio è facile da fare: l’Italia è troppo polarizzata sui risultati della Nazionale ed è stato interrotto il processo di sviluppo che mirava a raggiungere il maggior numero di giocatori e di farlo sempre più precocemente. Il metodo di insegnamento del rugby proposto nel quadriennio 77-81 non è stato preservato.

AV: C’è stato un aumento significativo di giovani giocatori secondo te è aumentato parallelamente il livello di preparazione degli allenatori?

PV: La vera domanda, in Francia come in Italia è: “come mettere a disposizione degli allenatori del rugby di base le competenze per utilizzare un metodo di lavoro che abbia un impatto su tutti i giovani?” Bisognerebbe avere delle linee guida chiare e condivise.  Sarebbe, per esempio, interessatente riuscire a far entrare in questo circuito gli ex giocatori della Nazionale Italiana

cominciando a formarli, facendoli studiare e diplomare prima della fine della loro carriera sportiva così che possano poi occuparsi di bambini, di ragazzi e imparare come si costruisce un giocatore dal principiante al livello più alto. Effettivamente qualcuno è diventato allenatore, ma subito nell’alto livello, senza essersi confrontato con le difficoltà del rugby di base.

 

AV: Rimaniamo su questo tema: cosa determina la richiesta da parte dei club di interventi formativi e spiega il successo degli stage che proponi con Sergio Zorzi in Italia?

PV: La ricerca di formazione. Gli allenatori devono cambiare la visione del loro modello formativo proiettandosi su una diversa metodologia di insegnamento. È un passaggio difficile, possono esserne persuasi durante uno stage, possono cercare di applicarlo successivamente, ma se non hanno risultati immediati tendono naturalmente a ritornare al modello di insegnamento che hanno sempre utilizzato.

AV: L’attuale responsabile del pole espoir a Tolosa mi diceva che in Italia siamo fortunati perché abbiamo meno giocatori ed è più facile individuare i talenti, sei d’accordo?

PV; Si e no! Se fosse così, una scrematura dei giocatori in giovane età sarebbe sufficiente per avere un gruppo di giovani interessanti, ma il rugby è uno sport a maturità tardiva quindi la vera scelta si deve fare a 16-17 anni, altrimenti si rischia di tagliare fuori dei ragazzi che si rivelano più tardi. Seguendo questa strada la federazione francese ha dedicato troppa attenzione al lavoro fisico e a reclutare giocatori fisicamente fuori norma a svantaggio di giocatori che giocavano bene a rugby, ma erano fisicamente meno dotati.

AV: Ho assistito a diversi allenamenti al pole espoir di Tolosa e mi sono reso conto che viene quasi esclusivamente effettuato un lavoro analitico, non si rischia di ridurre il rugby in tanti piccoli pezzettini?

PV: Certo, è proprio così ed è l’esatto contrario dell’impostazione che avevo dato io. È più facile da insegnare, ma poi i pezzettini non si rimettono insieme e si perde la visione generale. Risulta difficile inserirli all’interno del gioco. Si deve partire dal gioco, dalla sua complessità e poi allenare quello di cui hanno bisogno i giocatori per ritornare al gioco.

Credo di avere finalmente catturato l’attenzione del mio interlocutore perché da qualche minuto non guarda più dietro le mie spalle.

AV: Pensi che cominciare precocemente con bambini di 6-7 anni permetta di sviluppare una motricità completa? Non sarebbe meglio proporre un mix di sport, con al centro il rugby per permettere ai più piccoli di essere in grado di correre, saltare, rotolare e gestire lo scontro fisico a 12-15 anni?

PV: Se il rugby è ben insegnato permette di sviluppare gli schemi motori di base. Questo non impedisce di affiancare un lavoro specifico. Il vero problema è la mancanza di tempo, in Italia come in Francia, ci si allena due volte a settimana e sicuramente bisognerebbe domandarsi qual è il ruolo dell’educazione motoria nelle scuole.

Cambio decisamente argomento perché vorrei sapere come Pierre vede il rugby femminile, un fenomeno in grande sviluppo in questi anni. Da quando la Francia ha organizzato la Coppa del Mondo nel 2013 il rugby femminile ha un’esposizione mediatica e televisiva importante. Al derby femminile di Tolosa tra lo Stade Toulousain e Blagnac RC erano presenti 2500 tifosi in tribuna;

le semifinali e la finale del campionato sono state trasmesse da France télévisionin prima serata, così come le partite della Nazionale.

AV: Cosa pensi del successo del rugby femminile?

PV: Il rugby femminile ha delle sue peculiarità, perché riflette quello che sono le donne, non è un copia-incolla venuto male di quello maschile. Le ragazze devono conservare la creatività che le contraddistingue e la voglia di divertirsi. Anche in questo caso in Francia come in Italia l’attenzione si era concentrata sui risultati della Nazionale, si è fatta della competizione per gusto di competere, fortunatamente oggi si sta tornando alla formazione. Se c’è una speranza per il rugby in Francia è sulle spalle delle ragazze.

AV: Hai fatto della formazione e della trasmissione delle competenze il tuo lavoro, perché?

PV: Perché mi piace, è il mio modo di essere, di vivere e tanto meglio se riesco a trasmettere agli altri le mie conoscenze.

Per chiudere mi sono tenuto una domanda “scomoda”, perché ero davanti alla televisione il 22 marzo 1997 quando l’Italia allenata da Coste vinse, per la prima volta contro la Francia di Skrela-Villepreux, e non so contare le volte che ho rivisto gli highlights della partita su youtube commentata dal duo Munari-Raimondi.

AV: Qual è il tuo ricordo della sconfitta della Francia a Grenoble nel 1997?

PV: Non posso dire che sia un brutto ricordo, è stata la prova che la Nazionale italiana faceva dei progressi e quel giorno ha giocato bene sotto la guida del mio amico Georges Coste. Sono stato molto contento per lui e un po’ meno per me. Lo sport vuol dire anche perdere delle partite e imparare qualcosa. Abbiamo fatto così, visto che poi siamo arrivati in finale della Rugby World Cup.

AV: Il rugby è ancora magico come quando alle scuole elementari ascoltavi le partite del V nazioni alla radio?

PV: Un po’ meno perché il sistema economico che si è infiltrato in quello sportivo ed in particolare in quello rugbystico non ha permesso di preservare alcuni valori del rugby e questo è un vero peccato.

Se fosse per me continuerei a chiacchierare per ore, ma Pierre deve dirigere un allenamento e la passione e l’energia che vedo in campo valgono più di tante parole.

 

Articolo di Alessandro Vischi

 

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