Stefano Barba (Mental Coach Akka Formazione) : “Come vorrei allenare”..

 

Quest’anno torno ad allenare. Causa motivi di lavoro e famiglia, 15 anni fa avevo interrotto una promettente ( ??? ) carriera di allenatore che mi aveva dato parecchie soddisfazioni con la prima squadra della Lazio e con la nazionale under 17. Sonoperò sempre rimasto ai margini del rugby, ho visto partite e parlato con allenatori, giocatori e dirigenti. Poi il richiamo del campo è tornato prepotente ed ho subito accettato la proposta della Lazio di allenare l’under 18.
Questi 15 anni di assenza forzata dai campi credo che siano stati molto positivi. Osservando da fuori il nostro mondo ovale ho potuto riflettere ed elaborare dei solidi concetti, completamente diversi da quelli che avevo prima, che mi piacerebbe subito applicare in questa nuova avventura con i giovani.

Vorrei partire dal concetto che l’allenatore dei giovani rugbisti è principalmente un educatore. Quante volte ci siamo sentiti ripetere questo fondamentale principio. Centinaia ! Girando i campi d’Italia ho visto però che poco della teoria viene poi trasformato in pratica.
Considero giovani rugbisti i ragazzi dai 18/19 anni in giù.
La maggior parte degli allenatori si comporta come se questi adolescenti fossero “piccoli adulti” e loro allenassero una squadra seniores. Non è cosi, i giovani hanno peculiari caratteristiche fisiche e psicologiche di cui è indispensabile tener conto per favorire il loro processo di crescita e la loro felicità di ragazzi.

 

Primo aspetto : Il fisico.
Ho notato che la grandezza fisica è molto considerata e le squadre under 14 e under 16 sono composte da giovanotti già sviluppati e belli muscolosi. Perché mi sono spesso domandato. In quel paese o in quella città non nascono piccoletti rapidi e svegli ? O forse si vuole prediligere l’aspetto del risultato a quello del gioco ? Quindi, poiché il rugby è uno sport di contatto, travolgendo ed arando gli avversari il risultato si ottiene più facilmente ? O ancora andando in touche, poichè siamo più alti, si guadagna terreno e si controlla il gioco? Non credo sia la strada giusta da seguire. Ritengo invece importante che il lavoro degli allenatori si debba concentrare sull’essenza del rugby, sui principi fondamentali. Lavoriamo su tutti i giovani, c’è chi cresce prima chi dopo, un piccoletto trascurato potrebbe abbandonare, passare ad un altro sport e magari poi crescere. Un gigante che imposta il suo rugby giovanile sul fisico potrebbe trovarsi spiazzato quando anche gli altri saranno grossi come lui. Quello che dovremmo osservare ed enfatizzare in un giovane rugbista è :
Abilità
Attitudine
Educazione
Fisico
In quest’ordine esatto. Quindi il fisico va tenuto in ultima considerazione secondo me. E non lo dico perché sono 1.75 eh !!
Il calcio italiano è quasi morto per la teoria “datemi uno grosso che poi gli insegno a giocare”. Non facciamo morire anche il rugby. Tutti i ragazzi devono avere l’opportunità di migliorare le proprie capacità. Quindi tutti in campo a giocare, grossi e piccoli insieme. Il grande proteggerà il piccolo, il piccolo prenderà fiducia e correrà sempre più forte. Aspettiamo i 18/19 anni dei ragazzi per dichiarare che uno forte. Troppe volte mi sono imbattuto nei fenomeni di 14 anni scomparsi a 18 dai campi di rugby.

 

Secondo aspetto: Il gioco.
La crescita e la felicità di un ragazzo non passano attraverso la vittoria bensì attraverso il gioco ed il divertimento. La vittoria è determinata da numerosi fattori : avversario, arbitro, campo, ambiente, fortuna. Questi fattori sono evidentemente variabili e non possiamo costruire niente intorno ad essi. Se diamo troppa importanza al risultato infatti, in caso di sconfitta il giovane potrebbe perdere autostima, d’altro canto in caso di troppe vittorie si potrebbe sopravvalutare. L’allenatore deve invece lavorare sul concetto che la sconfitta o la vittoria sono semplicemente la conseguenza di un esercizio o una gara eseguita male o eseguita bene. Quindi consiglio e vorrei allenare la mia squadra sempre sul ritmo, sul gioco, sull’intensità, sul muovere la palla, sul divertimento. Ho notato, da osservatore esterno, una chiara incapacità di fare in campo le scelte giuste. Bisogna subito cambiare questa tendenza. Provare, provare e riprovare vorrei che facessero i miei ragazzi. Sbagliando ed imparando, sempre in movimento, stanchi ma felici è la parola d’ordine. Facciamo capire loro che solo attraverso il gioco, il sudare, il superare l’avversario, il sostenere, il correre e placcare, l’essere positivi e disponibili, affidabili e sinceri passa la felicità. Così nel rugby come nella vita. Facciamoli provare e sbagliare, sperimentare ed esprimere creatività. Educare non vuol dire dare soluzioni ( come facevo io 15 anni fa ….), vuol dire permettere di scoprire e di capire attraverso tentativi. Il 95% dei 16/17enni che giocano a rugby non arriverà mai a giocare né in Celtic League né in Nazionale, che bisogno c’è allora di dilungarci in spiegazioni, parlare per 20 minuti e provare schemi e organizzare attacchi cervellotici. Chi è forte sarà scelto a 18/19 anni da una società di alto livello e da allora potrà iniziare a lavorare sull’organizzazione del gioco, sui parametri d’attacco, sulla gestione della partita.
Facciamoli divertire. Incoraggiamoli a giocare la palla in allenamento ma soprattutto in partita. Le distrazioni e gli interessi che hanno questi ragazzi sono infinite. Alternative al rugby, di qualunque tipo, ce ne sono a bizzeffe. Noi dobbiamo invece tenere quanta più gente possibile al campo. Ragazzi che divertendosi cresceranno felici e sicuri di loro stessi. Solo così da allenatori avremo il piacere di svolgere un ruolo veramente educativo e formativo per il giovane.

 

Terzo aspetto : le capacità
Avremo nel nostro gruppo ragazzi con capacità differenti. Il rugby non è la parrocchia, lo sport non è democratico. Con il nostro comportamento ed in maniera costruttiva dobbiamo sempre lanciare il messaggio che il più forte esiste e sarà sempre considerato. Poniamo grande attenzione sui più bravi con l’obiettivo di farli crescere ancora, perché tutti devono migliorare. Teniamo quindi in grande considerazione i più bravi e facciamogli capire che apprezziamo le loro qualità ma che essere forti non basta, che devono essere d’aiuto, devono incoraggiare, devono sostenere, dobbiamo far capire che essere un giocatore forte significa anche e soprattutto aiutare i compagni. Oltre alle capacità tecniche, ci vuole impegno, dedizione, serietà ed educazione, elementi indispensabili per la crescita di un giocatore. Il giocatore perfetto non esiste tutti avranno sempre delle manchevolezze ma sta a noi individuarle ed esortare a migliorare. Dall’altra parte stimoliamo i meno bravi seguire e prendere esempio dai migliori, ad impegnarsi di più, diamo in allenamento la possibilità di confrontarsi. Non dividiamo in gruppi sulle capacità, creiamo momenti di confronto continuo. Alcuni riusciranno a crescere rugbisticamente altri probabilmente no ma tutti vi ringrazieranno perché gli avete dato un’opportunità, li avete fatti provare. Avete insegnato loro che in partita gioca il più bravo, il più meritevole, il più serio. Il venerdì il gruppo dei migliori proverà per la partita, facciamo in modo che tutti desiderino essere lì il venerdì successivo. Facciamoli sentire tutti parte integrante del gruppo. Concetti ben definiti e chiari per tutti. Nello sport come nella vita ad un certo punto bisogna fare delle scelte, ragazzi che hanno avuto delle possibilità e hanno capito che forse non sono da serie A ma da serie B o C, non c’è niente di male non c’è nessuna tragedia. No al buonismo si all’educazione. Con questa idea del confronto continuo i meno bravi di oggi magari saranno i più bravi di domani.

 

Quarto aspetto : l’educazione
Ho introdotto il concetto dell’educazione. E’ un concetto fondamentale. Per educazione intendo tutto ciò che riguarda il rispetto del club, dei compagni e degli avversari. Quindi non saltare gli allenamenti , essere puntuali, rispettare tutti, accettare le sconfitte.
Per far rispettare questi pochi e sottolineo pochi parametri è per prima cosa fondamentale spiegare a tutti perché bisogna rispettarli. In secondo luogo stabilire premi e punizioni. Come detto il campo di rugby non è la parrocchia. Quindi è necessario dare premi e giuste punizioni che però non devono coinvolgere l’aspetto del gioco del rugby e la partecipazione attiva del ragazzo ad allenamenti e partite. Dobbiamo far passare il concetto del premio nei giovani : chi è sempre puntuale, corretto, presente potrà essere capitano, vice capitano , piazzatore ecc ecc. . Chi non rispetta le regole deve sempre giocare ed allenarsi ma magari come punizione si dovrà’ scusare col gruppo o dovrà arrivare 5 minuti prima degli altri ai prossimi allenamenti o farà una seduta in più di allenamento. Compito dell’allenatore è far capire il perché ed indirizzare il giovane verso l’auto disciplina. Scuola di rugby scuola di vita recitava ai miei tempi una maglietta promozionale. L’avevamo capito ma non l’abbiamo mai applicato. Le regole quindi, poche, chiare e ben spiegate all’inizio della stagione. Perché ho sottolineato poche. Perché questi giovani già sono bombardati di regole e impegni, vanno a scuola, fanno attività extra scolastiche, i genitori pretendono impegno e disciplina. Almeno nel rugby facciamoli rilassare, 2/3 regole motivanti e tanta allegria.
Così come le punizioni che devono essere quindi non umilianti, bensì costruttive e propedeutiche alla maturazione del ragazzo.
L’allenatore deve comunicare efficacemente la propria autorevolezza, non incutere timore ma rispetto.
Per concludere : Per crescere i ragazzi devono provare e sbagliare, noi dobbiamo
incoraggiarli a trovare tutte le strade per cercare sempre di superare i momenti
di difficoltà. Sicuramente noi vogliamo crescere rugbisti ma ancora di più
vogliamo che il rugby giovanile cresca uomini. Fra i ragazzi che alleniamo uno o due
saranno professionisti, forse nessuno giocherà un mondiale. I ragazzi vi
ringrazieranno e saranno felici se li aiuterete a essere imprevedibili e vivaci,
se creerete per loro situazioni difficili ma superabili, se li aiuterete a
comprendere l’importanza di confrontarsi a viso aperto, se insegnerete loro i valori dell’educazione e del rispetto, se li aiuterete ad esprimere il loro potenziale nelle difficoltà, se darete loro gli strumenti per superare queste difficoltà, perché fare progressi nel cercare di risolvere i
problemi crea motivazione ed orgoglio ed è di per se una fonte di felicità. Così
formerete dei ragazzi determinati, sicuri di loro stessi e delle loro azioni.
Quindi per sintetizzare quello che penso e che voglio fare alla Lazio under 18 nella stagione 2016/17: Crescere ragazzi felici che forse diventeranno giocatori di rugby.
Questa è la mia opinione, attendo la vostra !
Ciao
Stefano Barba
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