STOP (autore: Paolo Marta)

L’altro giorno sono arrivato in cantiere un attimo prima che gettassero il calcestruzzo.

Gran bella bestia il calcestruzzo.

È capace di regalarti risorse inaspettate, ma allo stesso tempo, una volta che lo getti, se ti accorgi che hai sbagliato e lo devi tirare via, sei fregato. Come quando incolli un foglio di carta sopra ad un altro. Se passa troppo tempo, porre rimedio all’errore diventa praticamente impossibile.

Doveva essere una semplice visita di controllo, ma appena arrivato, il capo mi avverte che ha fatto una modifica all’armatura delle fondazioni perché l’impiantista gli ha ordinato di inserire un tubo che nel progetto non era previsto.

Bel problema.

Chiamo al telefono lo strutturista, più volte, ma non risponde. Allora cerco l’impiantista, ma anche il suo telefono suona a vuoto. Intanto la betoniera è arrivata e tutti: capocantiere, muratori, guidatore della betoniera con la pompa in mano, committenti, sono intorno a me. Qualcuno cerca di convincermi a fare quello che (lui) considera giusto; altri mi osservano in silenzio, ma con lo sguardo fisso per mettermi fretta perché il tempo, si sa, è denaro; altri ancora sbuffano nervosamente per manifestare in modo subdolo i loro dubbi sulle mie capacità professionali.

Gli elementi da considerare sono tanti, la pressione é forte e il tempo per decidere poco.

Troppo poco.

E’ stato in quel preciso momento che, per un attimo, ho sentito prepotente il desiderio di gridare:

“Stop!”

per fermare il tempo, le persone, le parole, gli sguardi e tutto il resto. Come in una foto.

“Stop!”

per osservare la situazione senza fretta, senza pressioni e poter ragionare con calma. Una manciata di secondi. Non di più. Per prendere la decisione migliore e riprendere il lavoro nella giusta direzione con il ricordo di un’esperienza costruttiva e non con il desiderio di fuggirla come un problema.

Ora lasciate il cantiere, pensate ad un campo da Rugby e immaginate di essere un bambino impegnato in un esercizio.

Siete piccoli, con una capacità visiva e di elaborazione dei dati sicuramente limitata rispetto a quella che avete oggi. Ve lo ripeto: adesso siete un bambino, non un adulto e nemmeno un piccolo uomo. Un bambino con un pallone in mano in mezzo ad un campo. Intorno a voi: avversari e compagni di squadra. Chi in movimento, chi fermo, chi intenzionato a buttarvi per terra e chi invece ad aiutarvi. Non solo. Qualcuno sta facendo la cosa giusta altri no. Qualcuno vi chiama, vi incita, vi disturba, vi distrae… Il campo infine è un po’ fangoso per cui dovete anche stare attenti a non scivolare.

Un paio di secondi, forse meno, e poi dovrete decidere se cambiare direzione, andare a contatto con gli avversari oppure passare. E mentre il tempo passa la situazione di fronte a voi cambia. Inesorabilmente.

Ok.

Avete passato il pallone, ma non avete capito se avete fatto la cosa giusta o sbagliata. Lo avete passato e basta. Passa un secondo ed il vostro educatore fischia, blocca il gioco e vi fa capire, subito, che avete sbagliato. I vostri compagni si raggruppano intorno a lui e così si dissolve inesorabilmente e per sempre la situazione che avete appena affrontato.

L’educatore vi incalza:

“Ma non hai visto … ?”

“Ma non hai capito che …”

“Ma quante volte ti devo dire che devi …”

No, questa volta non avete visto, non avete capito e non avete agito nel modo corretto …

Non ne avete avuto il tempo. Perché era tutto troppo incasinato e quello a cui ora il vostro educatore sta facendo riferimento, non lo riuscite nemmeno a ricordare…

Bel problema.

Vi chiedo: pensate vi sarebbe stato utile che il vostro educatore, appena dopo il vostro passaggio, avesse gridato:

“Stop!”

e tutto si fosse fermato?

Non per magia, ma semplicemente perché tutti già sapevano che a quel segnale si sarebbero dovuti bloccare. Come delle belle statuine.

Pensate:

“Stop!”

ed ecco di fronte a voi una foto reale della situazione di gioco appena vissuta. E vicino a voi il vostro educatore che vi pone, con calma, delle semplici domande indicandovi spazi, compagni e avversari.

Cavolo, adesso che sono tutti fermi, le risposte sono semplici.

E adesso che il vostro educatore vi sta facendo riflettere, ricordate che una situazione simile l’avevate già affrontata. Non la stessa precisa, ma con caratteristiche simili. Sì, adesso avete capito. Magari la prossima volta non farete ancora la scelta giusta, ma di certo la vostra esperienza si sarà arricchita.

E l’esperienza, si sa, fa crescere.

_

E allora:

“Stop!”

e riflettiamoci un po’ su.

Paolo Marta

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